Caduta dei capelli: cause spiegate dai dermatologi
La caduta dei capelli tocca milioni di persone e, più che un aspetto puramente estetico, rappresenta un indicatore dello stato di salute del cuoio capelluto e dell’organismo. Capire come funziona il follicolo, riconoscere i segnali d’allarme e distinguere tra forme transitorie e condizioni croniche permette di evitare ansia inutile e di rivolgersi al dermatologo con le giuste domande. In queste pagine trovi spiegazioni chiare e aggiornate, con esempi pratici e confronti tra le principali cause.
Schema dell’articolo:
– Ciclo di crescita del capello e caduta “normale”
– Genetica e ormoni: alopecia androgenetica
– Effluvi reattivi: quando lo stress o le carenze accendono la caduta
– Cause immunitarie e cicatriziali
– Diagnosi dermatologica e percorsi terapeutici personalizzati
Capello e ciclo di crescita: quando la caduta è normale e quando preoccuparsi
Per interpretare la caduta dei capelli occorre partire dall’anatomia e dal ciclo di crescita. Ogni capello nasce in un follicolo pilifero, una microstruttura complessa che ospita la papilla dermica (la “centralina” biologica), la guaina, le cellule della matrice e le ghiandole sebacee. Il ciclo comprende tre fasi: anagen (crescita), che può durare 2–6 anni; catagen (transizione), di 2–3 settimane; telogen (riposo), di 2–4 mesi. In condizioni sane, circa l’85–90% dei capelli è in anagen, il 1–2% in catagen e il 10–15% in telogen. È fisiologico perdere ogni giorno un numero variabile di capelli, spesso compreso tra 50 e 100, con oscillazioni stagionali (un leggero aumento in autunno) e differenze individuali legate a età, ormoni e abitudini di cura.
Quando si parla di “caduta eccessiva”? Il confine non è un numero fisso uguale per tutti. Conta il trend temporale, il confronto con il proprio basale e la presenza di segni associati. È utile osservare la quantità sul cuscino, nella doccia e sulla spazzola lungo alcune settimane, evitando di lavare o pettinare i capelli meno spesso nel tentativo di “trattenerli”: i capelli in telogen cadranno comunque alla prima manipolazione utile. Un altro indizio è il miniaturizzarsi progressivo dei fusti (capelli più sottili) o l’allargamento della scriminatura, segnali di un disturbo del follicolo più che di una semplice variazione stagionale.
Esistono “campanelli d’allarme” che meritano una visita dermatologica mirata:
– diradamento visibile o allargamento della scriminatura che progredisce in mesi, non anni
– chiazze rotonde lisce, prive di capelli
– caduta a ciocche dopo febbre alta, intervento chirurgico, parto o forte stress
– prurito, dolore, arrossamento o squame evidenti sul cuoio capelluto
– peli rotti, assottigliati o di diversa calibro nello stesso distretto
Capire il ciclo aiuta anche a leggere i tempi di recupero: se un fattore scatenante sposta molti follicoli in telogen, la caduta si manifesta spesso 2–3 mesi dopo l’evento e può durare settimane; il miglioramento, una volta rimosso il trigger, richiede mesi perché l’anagen è lento e programmato. Conoscere questa fisiologia evita false promesse di “ricrescite lampo” e permette di fissare aspettative realistiche, un elemento cruciale per affrontare il problema con serenità.
Genetica e ormoni: l’alopecia androgenetica spiegata con parole semplici
L’alopecia androgenetica è tra le cause più frequenti di diradamento. È una condizione poligenica e ormono-sensibile: in individui predisposti, il diidrotestosterone (DHT) interagisce con recettori del follicolo, accorciando l’anagen e portando, ciclo dopo ciclo, alla miniaturizzazione del fusto. Il capello terminale si trasforma gradualmente in vello più sottile e chiaro, riducendo la copertura complessiva. L’esordio varia: in molti uomini compaiono stempiature e arretramento fronto-temporale con progressione sul vertice; nelle donne si osserva spesso un diradamento diffuso con ampliamento della scriminatura centrale, mentre l’attaccatura frontale tende a restare più stabile. Studi epidemiologici indicano che il diradamento su base androgenetica coinvolge una larga parte della popolazione nel corso della vita, con aumento della prevalenza con l’età.
I dermatologi riconoscono l’alopecia androgenetica con l’esame clinico e la tricoscopia. Si cercano segni come anisotrichia (calibri diversi nello stesso campo), aumento dei capelli sottili, riduzione della densità e, talvolta, seborrea associata. In assenza di segnali infiammatori importanti o cicatriciali, l’andamento è lento e cronico, più rapido in alcuni periodi per ragioni ormonali, stress o abitudini di styling aggressive. È utile distinguere questa condizione da cadute reattive sovrapposte: non è raro che, su un substrato androgenetico, un effluvio telogen aumenti improvvisamente la quantità di capelli nel lavandino, creando l’impressione di un peggioramento acuto.
La gestione punta a stabilizzare e, quando possibile, a invertire la miniaturizzazione. Le opzioni includono:
– trattamenti topici che sostengono l’anagen e la vascolarizzazione locale
– inibitori enzimatici o antiandrogeni selezionati, quando indicati dal medico
– procedure strumentali (per esempio, tecniche che stimolano la biologia del follicolo)
– strategie cosmetiche per aumentare la copertura ottica
Gli approcci efficaci richiedono costanza e monitoraggio. I miglioramenti si misurano in mesi, non in settimane, e spesso la terapia di mantenimento è necessaria per conservare i risultati. È importante un inquadramento personalizzato, soprattutto nelle donne, per valutare eventuali segnali di iperandrogenismo e impostare scelte sicure. Infine, stile di vita, sonno e gestione dello stress non “curano” da soli l’alopecia androgenetica, ma possono ridurre fattori che peggiorano la qualità del capello e la percezione del diradamento, integrandosi con il piano dermatologico.
Effluvi reattivi: quando stress, carenze e malattie fanno cadere più capelli
L’effluvio telogen è una caduta diffusa e transitoria che si verifica quando molti follicoli passano simultaneamente in fase telogen. Il sintomo principale è l’aumento di capelli persi al giorno, spesso evidente durante lavaggio e pettinatura, senza chiazze localizzate. Di solito inizia 2–3 mesi dopo un fattore scatenante; l’organismo “registra” l’evento e il cuoio capelluto lo manifesta con un ritardo fisiologico. Esistono forme acute (durano meno di 6 mesi) e croniche (persistono oltre 6 mesi), con intensità variabile e, talvolta, andamento ondulante.
I trigger più comuni includono:
– febbre elevata, infezioni e interventi chirurgici
– parto e brusche variazioni ormonali
– stress psicofisico importante o lutti
– diete drastiche o rapida perdita di peso
– carenze nutrizionali (ferro, in primis)
– disturbi tiroidei
– alcuni farmaci e cambiamenti terapeutici
La diagnosi è clinica, supportata da tricoscopia e anamnesi accurata sulla cronologia degli eventi. Il “pull test” può essere positivo; al microscopio si osservano bulbi telogen. Gli esami ematici, quando suggeriti dal dermatologo, possono includere ferritina, emocromo e indici tiroidei; altre valutazioni si impostano in base al sospetto clinico. Il trattamento mira alla rimozione o correzione del fattore scatenante: ripristinare un apporto proteico-energetico adeguato, correggere carenze documentate, modulare stress e sonno, rivedere eventuali terapie con il medico curante. Supporti topici e cosmetologici possono migliorare l’aspetto e la pettinabilità, mentre la fisiologia farà il resto: la ricrescita, quando il trigger è risolto, tende a comparire gradualmente nei mesi successivi.
È fondamentale distinguere l’effluvio dalla progressione dell’alopecia androgenetica, perché spesso coesistono. Un effluvio sovrapposto accentua un diradamento preesistente, ma la strategia cambia: si lavora sul trigger e, in parallelo, si valutano terapie di fondo per la miniaturizzazione. Messaggi chiave per la vita quotidiana:
– evitare il panico: la quantità di capelli in doccia può essere alta per settimane e poi ridursi
– lavare e pettinare regolarmente: non aumenta la caduta, aiuta a rimuovere i telogen già “decisi”
– privilegiare acconciature morbide e strumenti termici moderati
– rivalutare con il dermatologo se la perdita resta intensa oltre 3–4 mesi o compaiono segni infiammatori
Cause immunitarie e cicatriziali: quando l’infiammazione entra in gioco
Non tutte le cadute sono uguali. In alcune condizioni, il sistema immunitario prende di mira il follicolo o le strutture circostanti. L’alopecia areata è la forma autoimmune non cicatriziale più nota: si presenta con chiazze lisce e ben delimitate, spesso a moneta; può interessare barba, sopracciglia e, raramente, evolvere in quadri più estesi. La ricrescita è possibile e talvolta spontanea, ma l’andamento è imprevedibile con fasi di remissione e recidiva. Segni associati possono essere fragilità ungueale o piccoli puntini sulle unghie. È importante escludere condizioni che mimano il quadro (per esempio tinee) con l’esame clinico e, se serve, indagini di laboratorio o esami specifici.
Le alopecie cicatriziali, invece, comportano la distruzione permanente del follicolo e richiedono diagnosi precoce e trattamento tempestivo per evitare perdita irreversibile. Tra le forme più discusse rientrano il lichen planopilaris, la sua variante frontale fibrosante, alcune manifestazioni del lupus cutaneo e quadri infiammatori o infettivi cronici del follicolo. I segni clinici includono:
– arrossamento perifollicolare persistente
– dolore, bruciore o prurito marcati
– squame aderenti attorno ai capelli
– aree lucide e atrofiche dove i follicoli scompaiono
Accanto a queste, esistono cause meccaniche e comportamentali. La tricotillomania comporta l’atto ripetuto di strappare i capelli con comparsa di fusti spezzati di diversa lunghezza; la trazione prolungata da acconciature tese può portare a diradamento nelle zone sottoposte a stress, diventando cicatriziale se cronicizzata. Anche agenti fisici o chimici aggressivi possono irritare il cuoio capelluto, favorendo quadri reattivi.
Il percorso diagnostico, in caso di sospetta alopecia cicatriziale o areata, può includere tricoscopia con pattern caratteristici; talvolta si ricorre alla biopsia cutanea per confermare il tipo di infiammazione e guidare la terapia. L’obiettivo è placare l’attività infiammatoria, proteggere i follicoli residui e ridurre sintomi come prurito e dolore. La rapidità è cruciale: nelle forme cicatriziali, ogni mese di infiammazione attiva può tradursi in perdita non recuperabile, per cui riconoscere i segni precoci e rivolgersi presto allo specialista fa una differenza concreta sull’esito.
Diagnosi dermatologica e percorsi terapeutici: dal piano su misura alle abitudini quotidiane
Una valutazione accurata parte dall’anamnesi: da quanto tempo cade di più? Ci sono stati eventi scatenanti, cambi di farmaci, diete drastiche, malattie, gravidanza o periodi di stress intenso? In famiglia esistono casi di diradamento? Il dermatologo osserva il pattern clinico, effettua test semplici come il pull test e utilizza la tricoscopia per analizzare calibro, densità, eventuali segni infiammatori o squame. Quando opportuno, richiede esami mirati (per esempio ferritina o indici tiroidei) per confermare o escludere fattori correggibili. L’obiettivo è definire una diagnosi precisa e, soprattutto, impostare un piano personalizzato basato sul tipo di alopecia, sulla sua attività e sulle priorità del paziente.
Le opzioni terapeutiche si combinano spesso in maniera sinergica:
– lozioni o schiume che promuovono l’anagen e sostengono la microcircolazione
– terapie sistemiche selezionate in presenza di pattern ormono-sensibili, valutate dal medico
– interventi mirati per le forme infiammatorie (per esempio, protocolli immunomodulanti)
– procedure ambulatoriali ad azione stimolante sul follicolo e tecniche di rigenerazione tissutale
– dispositivi di fotobiostimolazione a bassa intensità, come supporto
– chirurgia nel diradamento stabile e selezionato, dopo adeguata stabilizzazione
– soluzioni cosmetiche e tricologiche per migliorare copertura e texture
Gestire le aspettative è parte della terapia. Le tempistiche realistiche prevedono valutazioni a 3–6 mesi per iniziare a misurare i cambiamenti, con fotografie in luce e inquadratura costante o conteggio su piccole aree per monitorare densità e calibro. L’aderenza conta: sospensioni ripetute riducono la probabilità di beneficio. La sicurezza è un principio guida: scelte condivise, attenzione alle controindicazioni e monitoraggio periodico minimizzano i rischi e potenziano i risultati.
Le abitudini quotidiane fanno da cornice al piano clinico:
– alimentazione varia con adeguato apporto proteico e di ferro quando necessario
– acconciature morbide, evitando trazione prolungata
– calore moderato durante asciugatura e strumenti termoattivi ben distanziati
– detersione regolare con prodotti delicati e risciacquo accurato
– gestione dello stress con tecniche che favoriscano sonno e recupero
Miti da archiviare: i cappelli non soffocano i follicoli; lavare spesso non “fa cadere” più capelli, semmai libera i telogen già pronti a staccarsi; oli o massaggi non sostituiscono terapie con dati a supporto; integratori hanno senso se c’è una carenza documentata o un reale fabbisogno. In caso di dubbi, la visita dermatologica rimane il riferimento: consente di evitare tentativi casuali, costruendo un percorso sostenibile e misurabile nel tempo.
Conclusioni per chi sta vivendo la caduta dei capelli
La caduta dei capelli è un linguaggio del corpo: a volte un messaggio passeggero, altre un racconto più lungo. Conoscere il ciclo, distinguere tra caduta reattiva e pattern su base genetico-ormonale, riconoscere i segni infiammatori e impostare un piano su misura aiuta a recuperare controllo e lucidità. Il passo pratico è semplice: osserva il fenomeno per alcune settimane, annota eventuali trigger, fissa una visita dermatologica e condividi obiettivi realistici. Con costanza e un approccio basato su evidenze, molti notano stabilizzazione e miglioramenti graduali. Il percorso non è identico per tutti, ma una strategia chiara rende la strada più serena e i risultati più tangibili.